Acido urico, adiposità e alimentazione: quale legame, quale strategia di intervento
L’aumento dei livelli di acido urico sierico (sUA) in età pediatrica e adolescenziale rappresenta un segnale metabolico sempre più rilevante.
Sebbene storicamente considerata una condizione dell’adulto, l’iperuricemia nei giovani è oggi associata a insulino-resistenza, ipertensione e dislipidemia, configurandosi come un possibile marker precoce di sindrome metabolica, obesità e rischio cardiometabolico.
In questo contesto si inserisce il recente studio di Tao et al., Meat–Carbohydrate Dietary Pattern and Elevated Serum Uric Acid in Children and Adolescents: Mediating Role of Obesity in a Cross-Sectional Study pubblicato su Nutrients nel 2025, che ha analizzato l’associazione tra pattern dietetici e livelli di acido urico in 4.100 bambini e adolescenti di età compresa tra 9 e 17 anni.
L’ampiezza campionaria e l’accurata caratterizzazione nutrizionale e antropometrica rendono questo lavoro particolarmente solido e rilevante per la pratica clinica.
Il pattern “meat–carbohydrate” e il ruolo chiave dell’obesità
Dall’analisi alimentare emergono quattro pattern principali: plant-based, snack–beverage, high-protein e meat–carbohydrate.
L’approccio per pattern dietetici consente di superare la visione riduzionista del singolo nutriente, riflettendo in modo più realistico le abitudini alimentari quotidiane, soprattutto in una fascia d’età in cui le scelte dietetiche sono spesso irregolari e influenzate dal contesto familiare e ambientale.
Il meat–carbohydrate pattern, caratterizzato da elevato consumo di carni (incluse quelle processate), pollame e cereali raffinati, mostra l’associazione più consistente con l’aumento dei livelli di sUA.
Ancora più interessante è il dato di mediazione: BMI e circonferenza vita spiegano complessivamente circa il 38% dell’associazione tra dieta e SUA, suggerendo che l’effetto della dieta sull’iperuricemia sia in larga parte mediato dall’eccesso ponderale.
In altre parole, un’alimentazione ricca di carni e carboidrati raffinati favorisce l’aumento dell’acido urico soprattutto attraverso lo sviluppo di sovrappeso e obesità, condizioni che amplificano la produzione endogena di urati e ne riducono l’escrezione.
Supportare l’intervento dietetico: il ruolo dei nutraceutici
Le linee guida suggeriscono l’intervento nutrizionale per contrastare l’aumento di sUA attraverso la riduzione di alimenti ad alta densità purinica e il controllo calorico, una condizione spesso difficile da mantenere nei ragazzi. Inoltre, la sola restrizione dietetica determina riduzioni modeste dell’acido urico, generalmente inferiori a 1 mg/dL.
In questo scenario, l’integrazione nutraceutica può rappresentare un supporto strategico, da affiancare al percorso nutrizionale.
Recenti studi clinici hanno infatti dimostrato che la Quercetina Fitosoma® (Quevir®) è in grado di ridurre i livelli di acido urico di circa il 13% anche in assenza di modifiche dietetiche, con un profilo di sicurezza e tollerabilità molto elevato.
Alla luce dei dati di Tao et al., l’integrazione con quercetina fitosomiale può quindi essere considerata uno strumento utile per facilitare la gestione dell’iperuricemia nei giovani, sostenendo l’aderenza terapeutica e contribuendo al controllo di un parametro metabolico sempre più precoce e clinicamente rilevante.
